Un regista di successo come Roger Michell, che ha firmato il frizzante e spensierato Notting Hill (con la coppia Julia Roberts – Hugh Grant) e da ultimo The Mother, si appropria di uno dei romanzi dello scrittore inglese più interessante (e controverso) degli ultimi anni, ossia Ian McEwan, e realizza un film di gran fattura. L’omonimo libro iniziava con una mongolfiera che prende il volo in un parco, con un bambino rimasto nell’abitacolo. Due giovani uomini, Joe e Jed, trovatisi nel posto, cercano con altri astanti di fermare il pallone, ma mollano la presa, lasciando morire l’unico coraggioso che si libra nell’aria. Lo choc porta ad una serie di monologhi di Joe, un professore universitario, che si ritrova in un gorgo nero, tra sensi di colpa e riflessioni sulla propria vita. Tutto questo viene reso con le immagini da Michell, che evita con maestria una pedissequa ‘voice over’, consapevole della differenza tra narrativa e settima arte, dando invece a carrellate e zoomate improvvise della cinepresa l’angoscia che attanaglia l’uomo e la compagna, Claire, anche lei testimone dell’evento.

Jed compare nella vita della coppia come ossessione, si trasforma nell’ombra di Joe, lo trafigge coi suoi patti di fedeltà, con un amore, appunto, “fatale”. Ma i “Io ti amo” di questo ragazzone biondo, dall’occhio spiritato non danno la stura ad una banale vicenda di amore rifiutato. Jed crede che Joe abbia condiviso con lui una esperienza miracolosa, mistica che li ha legati per sempre, indissolubilmente. I colori, i volti, le situazioni assumono tratti “kubrickiani”, il bacio di Joe al suo pazzo “amante” ha la violenza di che vede il sangue correre a fiumi e tenta una via di fuga. La fotografia è un altro elemento che dà la cifra stilistica all’opera: ora livida, scura, spesso chiarissima, come di chi aspetta che i cieli tornino azzurri e limpidi come erano prima che accaddesse l’incidente. I tre attori principali hanno dello straordinario, commuovono per intensità e capacità di immedesimazione: Daniel Craig (Joe), Samantha Morton (Claire) e soprattutto Rhys Ifans, bravo a non cadere né nella parte di un gay “macchiettistico” fuori contesto, né nel calcare troppo l’immagine di un Cristo “svalvolato”.

di Vincenzo Mazzaccaro