La vendetta è compiuta. Park Chan-wook porta a termine la sua trilogia sui più bassi e naturali istinti umani dopo aver iniziato questo percorso di indagine e rappresentazione con Mr. Vendetta (arrivato in Italia esclusivamente in dvd) e Old Boypresentato al Festival di Cannes nel 2003. Si tratta di un epilogo fortemente atteso soprattutto in seguito al clamore e al consenso ottenuto dal secondo capitolo di questa particolare saga del peccato ma che, come il peccato stesso, può deludere per l’eccessiva ostentazione di sé. Che Park Chan-wook sia un regista dotato di particolare talento e di una innata capacità visiva, in grado di articolare immagini poetiche con brutalità ed efferatezza rendendo queste ultime addirittura comprensibili e cinematograficamente necessarie, è un assioma che non si può negare, ma a differenza dei suoi predecessori Lady Vendetta è capace di irritare e preoccupare per le brutalità visive ma soprattutto per il pericoloso messaggio che da esse deriva. Dopo due interpreti maschili il regista sceglie di declinare una vicenda al femminile, particolare che gli permettere sicuramente di arricchire la storia di maggior sfaccettature emotive e di una spiritualità evocata all’interno di una continua lotta tra bene e male, ma che, quasi incomprensibilmente, rende il principio e l’essenza stessa della vendetta più lenta, meditata ed efferata di quanto sia stata rappresentata fino ad ora.

Il tutto come a dimostrare che nessuna creatura può uccidere in modo tanto sottile quanto una donna dal volto angelico ma consumata dalla divorante necessità di annientamento. Obiettivamente non conosciamo i problemi che animano l’animo di Park Chan-wook o quali siano i suoi incubi ricorrenti, certo è che questo film mette in evidenza come la violenza e l’eccessivo uso di essa possa rivelarsi dannoso alla narrazione in modo irrimediabile. Mostrare l’impiccagione di un bambino e la morte per soffocamento di altri nonché la fine dell’assassino volutamente lasciato in balia della sete di vendetta dei genitori delle vittime rivela una pericolosa attitudine mentale che incita ad una giustizia sommaria ed individuale, un messaggio subliminale appunto, ma nemmeno troppo, dato che ogni particolare è più che visibile, dai pericolosi effetti collaterali. In una manifestazione così evidente e spudorata si annida un certo compiacimento del sensazionale e della violenza stessa che non può essere umanamente accettato nonostante le notevoli soluzioni registiche e cromatiche (particolare è l’opposizione tra rosso e bianco presente fin dai titoli di testa a rappresentare la colpa che macchia un’innocenza) attuate da Chan-wook ed il nuovo bisogno di espiazione che arricchisce il significato della vicenda stessa ma non la riscatta completamente.

di Tiziana Morganti