Il cinema di Pupi Avati ha regalato negli ultimi anni convincenti episodi di vita provinciale italiana: prima del buonissimo Ma quando arrivano le ragazze? dove si stagliava con prepotenza la malinconica figura del pianista disilluso interpretato con classe da Johnny Dorelli, il regista emiliano tornava sul quel fortunato set di Regalo di Natale per riportare sullo schermo una storia di falliti, ancora come un tempo, prede della febbre del gioco e di un sottile spirito di vendetta in un contesto tetro e inquietante, come le loro anime perdute nell’insensata e meschina società. Dopo la breve parentesi cittadina Avati torna all’amata campagna, stavolta proiettata in una regione, la Puglia, fino ad oggi sconosciuta, trasponendo un suo omonimo romanzo concepito secondo le linee della più classica eppure straordinaria letteratura novecentesca del nostro Paese. Con una toccante dedica verso “I bambini che hanno fatto una gran luce” la pellicola si apre su un’immagine dell’Italia del dopoguerra accarezzata dal solito tema nostalgico dell’amico e compositore Riz Ortolani, su un personaggio (tipico nella sua filmografia) timido e confuso, uno scemo del villaggio impiegato per disinnescare le mine inesplose conficcate nel terreno. Giordano, fanciullino malinconico di pascoliana memoria vive assieme alle due zie (un ritratto appassionato fra il teatro di De Filippo e il romanzo di Palazzeschi) dedite alla produzione di confetti, lontano dalla vita reale in attesa di sfiorare una donna da trenta anni; un giorno questi si imbatterà nella sposa del fratello scomparso e del suo cinico figlio, scampati da Bologna e ridotti alla fame in cerca di un posto tranquillo.

Una delle capacità dell’autore bolognese è quella di saper dirigere gli attori in funzione dei loro minuziosi e particolareggiati personaggi: un meraviglioso Antonio Albanese dà forma ad una figura poetica, soave, tanto buffa e ridicola quanto sincera e ribelle. Il comico lombardo definisce il suo bizzarro e ‘cattivo’ giovanotto come il suo Forrest Gump, un anarchico, buono solo a svilire l’effetto di una bomba nascosta perché tanto se muore lui a nessuno importa un bel niente. Katia Ricciarelli, per la prima volta sul set, svolge il suo mestiere e convince assai, Neri Marcorè non imprime al suo furbo e “bastardo” Nino la giusta forza e antipatia che invece doveva balzare agli occhi al primo sguardo e le indimenticabili icone di un universo svanito, Angela Luce e Marisa Merlini, quasi si dirigono da sole per la naturalezza e la simpatia con le quali si immedesimano nei rispettivi ruoli. Insolito interprete della storia Avati descrive una nazione in ginocchio, ferita e ancora sanguinante a causa di una guerra che trascina con sé alla miseria la disperata ricerca di un lavoro e che spinge al viaggio della speranza (intrapreso qui nel senso inverso, dal Nord verso il Sud). Una delle proposte più ammirevoli dei nostri, presenti in Concorso alla 62ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

di Ilario Pieri