Per il poeta Auden lo stato di normalità di una società è rappresentato sempre dall’immagine del giardino, un luogo di pace dove la gente vorrebbe rimanere costantemente. Per gli autori classici come Ovidio, invece, il mare, o per meglio dire, il viaggio in barca è la metafora di una società profondamente sconvolta, colpita nelle sue strutture da una minaccia esterna. Il regista tunisino Melliti, esiliato da oltre 14 anni dal suo paese, sceglie di utilizzare proprio l’immagine evocativa di una imbarcazione provvisoria e malmessa come quella di un peschereccio per parafrasare il sentimento d’inquietudine e sospetto che ha raggelato ed immobilizzato gran parte dell’Occidente dopo l’attentato dell’11 settembre. La nave di Melliti, quasi eroica nella sua solitudine falsamente placida, pone al centro della narrazione il viaggio e con esso i pericoli non fisici e naturali, quanto culturali e sociali pronti a scalfire qualsiasi scafo. In una messa in scena teatrale, delimitando lo spazio di ripresa a pochi ed angusti ambienti ed affidandosi ad una scenografia naturale composta dall’intensità luminosa del riverbero accecante tra cielo e mare, il regista costruisce con pazienza il dramma delle sue vittime. Vittime della guerra, del terrorismo, della violenza e del sospetto. Tutte rappresentate in una sola volta dal destino “manomesso” di due uomini abbandonati a se stessi. Dopo una serie di film di chiara provenienza americana il cui fine era l’evocazione della strage ed un sottile messaggio di discriminazione razziale nei confronti di un intera popolazione, sembra finalmente arrivato il momento della riflessione e della presa di coscienza.

A tenere veramente sotto controllo la società occidentale è il sospetto, il dubbio e l’odio capace d’insinuarsi anche la dove prima non se ne poteva immaginare l’esistenza. E l’uomo, divenuto vittima inconsapevole, riconosce a stento l’immagine di se nell’altro. Yousef e Giuseppe, lo stesso nome pronunciato in modo diverso, lo stesso destino di vittime predestinate. Tutto per dimostrare come l’essenza superiore e suprema, quella priva di provenienza geografica e credi religiosi, deve cedere il passo di fronte ad un deus ex machina che sembra condurre inevitabilmente alla catastrofe. Il dramma intessuto da Melliti ed interpretato con la forza ed il piglio di due eroi omerici da Bova e Martorana, riproduce la forza dell’epica antica attraverso il moderno veicolo delle immagini. Giuseppe e Yousef sono un doppio che compone una unicità. Speculativi ed essenziali l’uno all’altro, vittime collaterali di una guerra di civiltà in una visione più ampia ed universale. Sugli assi malmessi del ponte di una imbarcazione viene messa in scena la realtà, quella enfatizzata quotidianamente dagli organi di stampa ed osservata dal pubblico ormai con una certo distacco. Ma questa volta non si distoglie lo sguardo e non si può nascondere il sentimento di discriminazione che, almeno per una volta, tutti ha accomunato dalla tragedia delle Torri Gemelle ad oggi.

Il maggior pregio di Melliti è stato quello di sintetizzare, comprimere l’impatto e la forza drammatica in un lasso di tempo limitato, con una enfatizzazione pressoché nulla dello spazio circostante. Il risultato è una presa di coscienza continua, un attaccamento alla vicenda che non perde mai d’intensità ed una comprensione completa e totale del messaggio. L’utilizzo quasi continuo del dialetto siciliano, il lasciarsi andare a scene di momentanea immobilità e a frequenti primi piani evidenziano l’importanza del gesto, del significato nascosto dietro ad una pausa mettendo in secondo piano la contaminazione verbale più immediata e superficiale. Io, l’altro è un film importante non tanto perché realizzato con attenzione ed interpretato con una preparazione particolare ( già questo lo renderebbe un prodotto meritevole) ma soprattutto per l’impatto sociale e politico che dovrebbe avere su ogni singolo individuo. Senza uccisioni di massa e scene apocalittiche mette a nudo la centralità del problema, rendendolo comprensibile, visibile e per questo faticosamente accettabile. Il terrorismo, le guerre ideologiche di religione ed il troppo tempestivo interventismo dell’Occidente rappresentano delle moderne e capricciose divinità di fronte alle quali tutti gli uomini, indistintamente, si trasformano in vittime sacrificali. Che si uccida, che si venga uccisi o che si discrimini per puro terrore e preconcetto il risultato non cambia. C’è chi muore fisicamente e chi moralmente. Comunque vada a perdere sarà sempre l’uomo ed il suo altro diverso eppure simile.

di Tiziana Morganti