Il titolo è un termine non appropriato del tutto. Nel contesto del film si riferisce al periodo che sta tra lo scioglimento amoroso di una nuova coppia e la potenziale riunione che arriverà prima o poi, ma nel termine è implicito un tempo di lentezza, di attesa, un gioco sottile e divertito, in buona sostanza prendersi il momento per respirare e tirarla per le lunghe. Questa ‘ronde’ corale vede il debutto di due veterani del teatro irlandese: regia John Crowley, sceneggiatore Mark O’Rowe. Il film intreccia le storie della ‘working class’ periferica di Dublino, anche se il risultato non è il realismo sociale e malinconico cui siamo abituati (basti pensare a Le ceneri di Angela o ai film con derive didascaliche prese di peso dall’inglese Ken Loach), piuttosto sembra una sorta di Trainspotting senza risvolti lisergici, senza neppure le suggestioni ambiziose di un Paul Thomas Anderson. Su tutto il cast primeggia Colin Farrell, che non ha una parte rilevante, ma è il metronomo del ‘mood’ filmico dove amore e furti, tenerezza e violenza, poesia e sana trivialità vanno a braccetto senza sgomitare. Giovani ragazzi che lavorano in un supermercato, Sally che ha i baffi per una cocente delusione sentimentale (il supposto fidanzato è scappato con tutti i soldi, lasciandola al verde!), un poliziotto violento e frustrato, amante di musica celtica, magnificamente interpretato da Colm Meaney (la sua bravura era già evidente in The Snapper di Stephen Frears, da noleggiare assolutamente). A parte alcune cadute in uno stile videoclip (giustificate da una colonna sonora degna di un concerto degli U2), la pellicola si tiene su una dozzina di attori in assoluto stato di grazia, assolutamente in parte, al contempo brillanti, ma attraversati da quella ‘Irish saudade’ che fa venire i brividi. Infatti, la forza sta tutta in un gruppo coeso, compatto, di gran professionisti, ma, è proprio l’ormai hollywoodiano Farrell a fare la differenza. Dire che è solo belloccio, è una miserevole sciocchezza…

di Tiziana Morganti