È tempo di vacanza per Gene Hackman, anche dal cinema di spessore. Come al suo personaggio, un ex-presidente degli Stati Uniti a fine mandato al quale viene offerta la carica di sindaco nella ridente e tranquilla cittadina di Mooseport, così al buon Gene, attore da sempre nell’Olimpo dei grandi del cinema moderno, viene data la possibilità di un film a basso costo e senza grandi concorrenti a rubargli la scena. Il rivale, in tutti i sensi, è infatti un Ray Romano alla prima esperienza sul grande schermo, dopo tanti ruoli televisivi e un doppiaggio illustre (Ice Age – L’era glaciale). Il plot è divertente anche se non proprio originalissimo: in effetti sia la città invasa da personalità che la mandano a soqquadro, che un presidente invaghitosi della provinciale di umili origini, sono elementi già utilizzati: l’originalità sta forse nell’averli mescolati in un unico film. Per la prima situazione il più recente è Hollywood, Vermont, ma ci possiamo mettere anche un The Majestic senza allontanarci troppo dal senso. Per il secondo esempio, la situazione cioè alla Sabrina (il ricco e potente personaggio che si innamora della ragazza di umili origini), possiamo ricordare non solo quel film nelle sue due versioni (di Billy Wilder nel 1954 e di Sidney Pollack nel 1995), ma anche e soprattutto Il presidente: una storia d’amore. Rispetto a quei film tuttavia, la trama è resa più comica dall’inserimento di personaggi che ne complicano lo sviluppo, e dalla simpatica campagna elettorale tra uno che ne sa molto di politica ma poco della cittadina che dovrebbe governare, e l’altro che per le sue umili origini poco ne sa dei colpi bassi degli uomini di governo, ma che conosce la sua cittadina fin dalle sue fondamenta idrauliche. L’evoluzione della trama è lenta e condensata, tanto da stancare e condurre troppo spesso a strade prevedibili e scontate. La scena della cena tra Monroe e la fidanzata di Handy è così tanto annunciata in precedenza che, mentre la si vive, sembra già obsoleta. La colpa delle imperfezioni di questo film non è imputabile interamente al regista che, come tale, si prende sempre meriti e demeriti di una pellicola, ma anche e soprattutto allo sceneggiatore Tom Chulman che è riuscito a trasformare la brillante trama di Doug Richardson in un vero strazio senza fine. Nulla da eccepire per gli attori, chiamati certo ad un’interpretazione senza picchi di emotività, ma dove anche Maura Tierney, nel ruolo della donna contesa, dà una buona prova di sportività, ma, anche lei vittima di una mal riuscita messinscena, è l’unica a chiedersi per tutto il film che tipo di sviluppo prenderanno gli eventi, mentre il pubblico lo ha già capito da un pezzo.

di Alessio Sperati