Sofisticato come le eleganti ambientazioni di una Parigi e di un’Italia alla fine degli anni Venti, egoista e superficiale come l’Hollywood degli anni d’oro del musical, eppure avvolgente e trascinante come le sue indimenticabili melodie; questo fu, nel pieno delle sue incongruenze artistiche e caratteriali, Cole Porter. Un genio musicale che il regista e produttore premio Oscar Irwin Winkler ha narrato senza alcuna menzogna nei confronti degli aspetti più oscuri e, sicuramente, meno politicaly correct di un uomo che, ancora oggi, rappresenta lo spirito vitale e propositivo di una generazione americana vincente. Lontano dai parametri estetici e narrativi che vennero adottati da Michael Curtiz in Night and Day (1946), De-Lovely affida la rappresentazione di questo genio beffardo ed inconsapevolmente egocentrico alla capacità interpretativa di Kevin Kline, che pienamente vince la sfida di evitare la fedele eppur sterile riproduzione di un personaggio per privilegiarne la completa immedesimazione. Abbandonate il sentimentalismo espresso da Cary Grant acquista una luce di intensa vitalità e di tenera superficialità che, unita ad una sensibilità particolarmente accentuata, regalano il ritratto di un uomo che assaporò pienamente la vita senza ascoltare nessun bisogno ed esigenza che non fosse quella della sua musica. Un ragazzo mai cresciuto in grado di donare un amore generoso sebbene non esclusivo, capace di suscitare dedizione e fedeltà. Una personalità complessa che pienamente si esprime grazie alle note che lo resero celebre ed al rapporto particolare ed intenso con la moglie e musa Linda Lee Porter.

Da Night and DayIt’s De-LovelyTrue Love fino a Easy To Love la musica di Porter (interpretata in questo caso da Robbie Williams, Elvis Costello, Alanis Morissette, Sheryl Crow, Natalie Cole) non viene utilizzata come mero accompagnamento ma s’impone come personaggio, voce narrante, elemento esplificativo della situazione e del momento, una opportunità unica per esplorare la fusione tra melodia ed azione drammaturgica in un modo del tutto nuovo. La sua presenza costante non solo caratterizza De-Lovely come un film musicale sopperendo ad alcuni momenti di lentezza narrativa, ma contribuisce a delineare la delicatezza e la determinazione di Linda (Ashley Judd), protagonista assoluta dello spettacolo più ambizioso che Porter riuscì mai ad allestire: la sua stessa esistenza. E partendo proprio da questo presupposto, da quella necessità di teatralità che mai abbandonò la vita del compositore, si comprendono le scelte rappresentative sostenute da Winkler. Mai come in questo caso sembra più opportuno parlare di messa in scena osservando il cinema che riproduce i meccanismi della rivista sulle asse di un piccolo e polveroso tetro di posa. La narrazione prende inizio là dove un percorso esistenziale sta per finire, offrendo ad un uomo stanco e solo l’opportunità di riabbracciare l’intero suo percorso, riappacificandosi con se stesso per il rimorso dell’amore ottenuto e scarsamente offerto. Un Kevin Kline invecchiato attraverso un trucco sapiente diventa ancor più credibile del suo Porter giovane e non sempre piacevole, mentre sconcertato e commosso assiste ad una rappresentazione che direttamente lo coinvolge. Un escamotage narrativo attraverso il quale Winkler ci offre la possibilità di osservare in profondità l’anima di un uomo che continuò ad semplicemente indagare quale fosse il segreto dell’amore.

di Tiziana Morganti