Dal 15 maggio su Canale 5 la miniserie in quattro puntate “Come un delfino”

«Uniti si vince». Lo sport è una palestra di vita e Raoul Bova l’ha scelto come tema per il suo debutto dietro la macchina da presa con la fiction Come un delfino. Dopo il successo della prima serie diretta per Mediaset da Stefano Reali (due puntate con più di sei milioni di spettatori), da stasera, 15 maggio Canale5 propone altre quattro puntate con la regia dell’attore romano, ex campione di nuoto, che le ha prodotte con la società Sanmarco (da lui creata con la moglie Chiara Giordano), di cui è anche protagonista con Ricky Memphis, Maurizio Mattioli, Giulia Bevilacqua, Marco Falaguasta, Paolo Conticini, Tony Sperandeo, Edoardo Sylos Labini e uno stuolo di giovani, validissimi attori esordienti. Una serie densa di valori e azione, che fonde gioie e dolori di un allenatore di nuoto che attraverso lo sport cerca riscatto per sé e per il suo gruppo di ragazzi difficili, incalzato da infiltrazioni mafiose, doping, tradimenti.

«In un momento in cui i nostri sogni sono massacrati dalla crisi – spiega Chiara Giordano -, Raoul e io abbiamo deciso di lottare in difesa di quei valori che vanno sostenuti, con prodotti dai contenuti che poi si possono discutere in famiglia e con gli amici». «Questa fiction racconta la realtà attraverso un’avventura – spiega il presidente della Federazione Nuoto, Paolo Barelli (che si è prestato ad un piccolo ruolo nei panni di se stesso) -. Raoul è un vero nuotatore e ha girato negli impianti dove si allenano i veri atleti, con pubblico e giudici di gara veri».

Reali, che stavolta ha lasciato il timone a Bova, partecipando comunque alla stesura della sceneggiatura (è in cantiere anche la terza serie), sottolinea l’importanza di modelli di riferimento positivi per riscattare una posizione sociale degradata. «È una serie difficile da dirigere, piena di personaggi, dove anche le figure di secondo piano sono importanti». Bova (che presto tornerà al cinema, stavolta come regista di una storia d’amore) non nasconde la gioia e l’emozione nel presentare un progetto sognato, e caparbiamente seguito. «È stata una scommessa – confessa -, lo sport non è un elemento tipico della fiction italiana, questa punta su ideali diversi e personaggi non convenzionali». L’hanno girata tra Malta e Roma, nel casale del Parco della Mistica che l’associazione Coloriamo i Sogni dei coniugi Bova ha ristrutturato per ospitare giovani in difficoltà (presto affiancato da un altro per le donne vittime di violenze).

Il nuoto, spiega l’attore,  può sembrare uno sport un po’ noioso e invece è incredibilmente vivace. «Non è semplice vincere, dietro c’è grande passione, sofferenza, resistenza al dolore. Avere la forza di tornare in vasca anche nei momenti peggiori è una bella lezione di vita, è la storia che Chiara e io volevamo raccontare ai nostri figli». E lui nel film la insegna ai suoi ragazzi, usando lo sport come mezzo di libertà. «La libertà è da sempre la cosa più importante – sottolinea Raoul -, molti dimenticano che è dentro di noi, come conquistarla. Aver realizzato questo progetto mi rende libero artisticamente». Le infiltrazioni mafiose nel mondo del nuoto, ci tengono a sottolineare gli autori, sono frutto di fantasia, per creare l’intrigo, i colpi di scena che daranno vita ad azioni forti e rocambolesche, come metafora per sostenere il concetto di lotta contro le difficoltà. Per dimostrare che si può vincere usando l’onestà al posto delle armi.