La domanda sarebbe questa: qual è la dimensione concettuale (quindi visuale) della guerra al cinema? Ovviamente la questione è spropositata, eccessiva, travalica i limiti di uno spazio recensorio, ma, guardando a questa strana produzione internazionale di un autore di corti al primo lungometraggio una risposta la si può dare: per un’ arte visuale, con una forte istanza di messa in scena ordinata e sotto controllo, al guerra è il caos, il rimosso, la messa in discussione(tragica e non liberatoria) di ogni razionalità visiva (sociale). Siamo già alla diade del film, la guerra e la messa in scena. Da una parte il cinema, ovvero la cittadina bosniaca di Tesanj che deve letteralmente trasformarsi in un set lindo e pinto per ben figurare davanti al presidente degli Stati Uniti, rimuovendo dalla vista tutte le imperfezioni e le tensioni di quasi un decennio di combattimenti e odio interetnico, dall’ altro la guerra, il suo caos viscerale di odi e sofferenze fisiologiche, che una simile rimozione non potrà ovviamente cancellare. E la ricostruzione di questa città set si situa tra due esplosioni che aprono e chiudono il film con perfetta simmetria (chissà perché viene in mente che anche Dr Strangelove terminava con un’ esplosione nucleare che spazzava via una messa in scena spazialmente ineccepibile).

Certo Benvenuto Mr. President non è il capolavoro kubrickiano, non ne ha la perfezione formale e il pessimismo disperato, ma le idee (e le immagini) circolano ed è un bene. Il referente primo, per Pjer Zelica, è Altman, per la dimensione corale (parole sue) e per il flusso ininterrotto, polifonico, di situazioni, storie, vicende individuali, gestite come un concerto più che come un film, seguito poi da Fellini e Kusturica, vale a dire grottesco iperreale trasfigurato in visionario barocchismo visivo. Quel che di buono viene dal film, dunque, non è tanto la trovata paradossale e divertente che costituisce l’ ossatura narrativa della pellicola, quanto la capacità di Zelica di farne saggio in cinema, dando ai termini “guerra” e “messa in scena” il loro spessore concettuale e mantenendo il ritmo e la fluidità di una commedia grottesca. Il tema si prestava benissimo ai rischi di una manichea e schematica divisione tra immagine (edulcorata) e realtà(devastante, ma vera). Diamo un’occhiata al plot: in una cittadina bosniaca, apparentemente ordinata, in realtà marcia di corruzione e dilaniata dagli strascichi di conflitti interetnici, giunge inattesa la notizia di una prossima visita del presidente Clinton e la comunità in (presunto) accordo di tutte le sue parti, decide di rimpannucciare la propria immagine per rendersi presentabile all’illustre ospite.

Siamo di fronte ad un colossale autoinganno ideologico di fronte ad un potere, vuoi politico, vuoi mercantile, vuoi visivo, comunque soffocante. E la memoria, la guerra e i suoi traumi ostacolano continuamente il maquillage visivo cui si sottopongono gli abitanti di Tesanj. Ora, se Zelica si fermasse a questo primo livello di lettura, avremmo la contrapposizione tra una mistificazione (il presepe folkloristico-democratico in cui la comunità vorrebbe trasformare Tesanj) e una realtà(in realtà una visione della realtà, spacciataci dal regista). Invece la scrittura visiva di Zelica, puntando su Kusturica e Altman riesce a restituire un angoscioso caos visivo, un assurdo reso più assurdo dall’ umorismo nerissimo e grottesco della forma commedia. Alla mistificazione non si contrappone la realtà (per quanto tragica, ma leggibile) bensì un caos inspiegabile, l’ assurdo, un insieme disarmonico, per dirla in termini psicanalitici, il ritorno del rimosso. La guerra, infatti non ci è mostrata, ma è piuttosto un fuoricampo angoscioso proprio perché mai formalizzabile in atti e fatti, per quanto orribili. Così i termini contrapposti di uno spazio codificato, Tesanj,visibile ma finta e di un caos destrutturato, la guerra, incombente, reale, ma invisibile, formano si una diade di termini contrapposti e irriducibili l’ uno all’ altro ma nessuno dei due controllabile dallo spettatore. E, da questo, punto di vista, Zelica riesce a rendere il perturbante, l’ angoscioso della tragedia balcanica ancor meglio di Paskaljevic e Tanjevic (operazioni cinematografiche più compiute, quindi meno libere furono sia la Polveriera che No man’s land, pure ottimi film). L’ assurdo rimane sottotraccia e l’ angoscia sottilmente, in maniera più inaspettata.

di Francesco Rosetti