“Ho visto Anime Nere, film necessario, che consiglio. Per guardare in volto, finalmente, ciò che sino ad ora è stato ignorato. La Calabria come metafora di potere”. Lo dice convinto Roberto Saviano dopo aver visto l’intenso film di Francesco Munzi, con Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Anna Ferruzzo, Barbora Bobulova distribuito nelle sale da Good Film. Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, prodotto da Luigi e Olivia Musini per Cinemaundici con Rai Cinema, coprodotto da Babe Films. La fotografia è di Vladan Radovic, la scenografia di Luca Servino, i costumi di Marina Roberti, il montaggio di Cristiano Travaglioli, le musiche di GiulianoTaviani.

In una dimensione sospesa tra l’arcaico e il moderno, Fabrizio Ruggirello e Maurizio Braucci hanno sapientemente sceneggiato il racconto di tre fratelli che dall’Olanda e dalla Milano della finanza sono costretti a tornare nel paese natale sulle vette selvagge della Calabria per affrontare i nodi irrisolti di un passato che non si riesce a dimenticare. Figli di pastori, vicini alla ‘ndrangheta, legati a una terra dove il richiamo delle leggi del sangue e il sentimento della vendetta possono ancora avere la meglio su tutto. Regole semplici e feroci, che possono essere protezione del male o risorsa di bene.

Munzi l’ha voluto caparbiamente girare in Aspromonte e nella Locride. “Ho girato nel paese che la letteratura giudiziaria e giornalistica stigmatizza come uno dei luoghi più mafiosi d’Italia, uno dei centri nevralgici della ‘ndrangheta calabrese: Africo. – spiega il regista -. Tutti mi dissuadevano dal farlo: troppo difficile la materia, troppo inaccessibile, troppo pericoloso. Era un film impossibile. Sono arrivato in Calabria carico di pregiudizi e paure. Ho scoperto una realtà molto complessa e variegata. Ho visto la diffidenza trasformarsi in curiosità e le case aprirsi a noi. Ho mescolato i miei attori con gli africesi, che hanno recitato, lavorato con la troupe. Senza di loro questo film sarebbe stato più povero. Africo ha avuto una storia di criminalità molto dura che però può aiutare a comprendere tante cose del nostro paese. Da Africo si può vedere meglio l’Italia. La geografia dell’ambiente è un tutt’uno con quella interiore dei personaggi – continua Munzi -. I percorsi tortuosi della montagna, tra luci e ombre, sono gli stessi che accompagnano lo svolgersi della vicenda nell’anima dei protagonisti”.

Un film necessario per guardare in volto, finalmente, ciò che sino ad ora è stato ignorato. Una storia dura, ma talmente ben scritta e recitata che ti scivola addosso con leggerezza, facendoti riflettere su come certa normalità sia più violenta e feroce delle armi che spezzano vite e dettano legge.
“Il silenzio della moglie è il silenzio che ci ha ucciso, è il far finta di niente che ci uccide”. E’ uno dei commenti del pubblico che alle anteprime di Catanzaro, Regio Calabria, Locri, ha fatto registrare in sala il tutto esaurito. “L’anima nera è nel nostro profondo. Col film e il libro ci avete aiutato a far uscire la luce. Vedere la malattia è l’inizio della guarigione”, hanno aggiunto, definendolo “Un film liberatorio”.
Un bel film, necessario anche per chi vive lontano mille miglia da certe realtà. Che comunque segnano il presente e il futuro dell’intero nostro Paese.